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Deepfake: come si prova che un video è falso

29 ottobre 2026 · 6 min di lettura

Quando un video compromettente circola, la prima reazione è guardarlo bene. È anche l'errore più comune: un deepfake ben fatto è progettato per reggere lo sguardo umano. Si smonta con l'analisi del file, non con l'attenzione.

Perché guardarlo meglio non serve

I sistemi di sintesi video sono progettati per superare la percezione umana: correggono le ombre, allineano il labiale, stabilizzano il movimento. Il risultato è che un video falso, visto da un telefono, può sembrare perfetto mentre contiene difetti misurabili che l'occhio non coglie.

La prova non si costruisce osservando il contenuto, ma analizzando il contenitore: come è stato codificato, quanto è coerente con un'acquisizione reale, cosa nascondono i fotogrammi presi uno per uno.

I segnali che si cercano in una perizia

Nessun indicatore da solo è sufficiente: un video può essere ricompresso più volte e perdere i difetti tipici della sintesi. Per questo l'analisi lavora su più livelli e li confronta.

  • Coerenza fisiologica: movimento degli occhi, microespressioni, deglutizione, respirazione, corrispondenza tra suono e forma della bocca.
  • Artefatti di sintesi: bordi del viso, attaccatura dei capelli, denti, orecchie, mani, riflessi negli occhi — le zone dove i modelli generativi sbagliano più spesso.
  • Struttura del file: profilo di codifica, risoluzione, catena di ricompressione, presenza o assenza dei dati tipici di una registrazione da dispositivo reale.
  • Metadati e contenitore: cosa dichiara il file sulla propria origine, e se quello che dichiara è compatibile con il resto.
  • Confronto con materiale noto: se esiste una fonte autentica della stessa persona, il confronto biometrico e visivo diventa decisivo.

Il limite che nessuno dice ad alta voce

Un video sufficientemente degradato — registrato dallo schermo, ricaricato su una piattaforma, ricompresso tre volte — può perdere quasi tutte le tracce utili. In quel caso la conclusione onesta non è che il video è vero, ma che non è possibile stabilirlo dai dati disponibili.

È una distinzione che in giudizio conta moltissimo: una relazione che promette certezze che non ha viene smontata in un'udienza, e con lei crolla la credibilità di tutto il resto.

Cosa serve per iniziare

Il file originale, non la registrazione dello schermo e non il video scaricato dalla piattaforma se esiste una versione migliore. Va indicato dove è stato pubblicato, quando, da quale account, e conservato tutto ciò che lo accompagna: messaggi, richieste, minacce.

Se il video è ancora online, la prima operazione non è analizzarlo: è documentarne la presenza in modo tracciabile, prima che venga rimosso.

Domande frequenti

Un deepfake è sempre riconoscibile?

No. Con materiale di buona qualità la maggior parte dei casi si dimostra; con video molto degradati si può arrivare a dire che non è possibile stabilirlo. La relazione dichiara sempre il livello di certezza raggiunto.

Basta il link al video?

No, serve il file nella qualità migliore disponibile. La compressione delle piattaforme cancella proprio i dettagli su cui si lavora.

Il video può essere usato in causa?

Sì, con una relazione tecnica che ne documenti l'analisi e con l'acquisizione tracciabile della pubblicazione: sono i due elementi che il giudice valuta.

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